Come far fare a tuo figlio qualcosa che non vuole fare, ma che gli serve

da | Lug 12, 2018 | rapporto genitori figli | 0 commenti

Ogni ragazzo ha delle cose che preferisce fare e cose di cui proprio non vuole saperne, e ogni genitore deve far fronte a questo problema.

Se questo è il tuo caso, oggi cerchiamo di aiutarti a far fare a tuo figlio qualcosa che non vuole fare, ma che gli serve.

Ogni genitore sa che, a prescindere da cosa piace al ragazzo e cosa no, alcune cose deve impararle perché gli saranno utili, anche se non sono divertenti per lui (o almeno non lo sono in questo momento).

È un po’ come la verdura, che fa molto bene ma è molto meno invitante di una focaccia ben condita o un gelato.

Di conseguenza quella roba verde e amara non la vuole mai nessuno.

Prendiamo un esempio non troppo raro.

Durante l’anno scolastico un ragazzo abbastanza introverso, bravo nelle materie ma scarso nelle relazioni, riuscirà ad avere buoni voti, pur non costruendo un rapporto solo superficiale con gli altri compagni di classe, o costruendolo solo con pochi.

D’estate invece, quando si ritrova in attività di gruppo (in vacanza con amici, al centro estivo, oppure al mare con fratelli sorelle e cugini) le competenze tecniche delle materie scolastiche poche volte gli torneranno utili.

Si troverà invece spesso a disagio a causa della sua incapacità di gestire i rapporti con gli altri.

 

Cosa succede a questo punto?

 

La maggior parte delle volte gli adulti (che siano insegnanti, educatori o genitori a seconda del contesto) cercano di sollecitare il gruppo inteso come insieme, a fare squadra e a comportarsi in un certo modo.

In genere organizzando attività di gruppo e facendo in modo che tutti partecipino.

Il che va benissimo, in generale.

In alcuni casi invece, quando è evidente che alcuni tendono a non partecipare, si cerca di invitare i ragazzi in questione a integrarsi, dicendogli che è divertente, che si imparano cose nuove, eccetera.

Solo in pochi casi si cerca di capire un po’ più a fondo il problema.

Ma il tempo è quello che è e quindi ci si limita a un paio di domande che possono essere:

“Cosa c’è?”

“Ti hanno fatto qualcosa?”

“Non ti piace il gioco?”

“Non ti piace stare con gli altri?”

Poi, o perché il ragazzo non riesce a dare una risposta sensata e utile all’adulto per aiutarlo a risolvere il problema, e/o perché nel frattempo nel resto del gruppo succede un disastro, l’adulto molla la presa e richiama tutti ai ranghi.

Alcune volte con risultati ben lontani da quelli sperati, altre in cui il ragazzo partecipa, ma non tanto più di prima.

Questo perché anche se riesci a strappargli un accordo di bocca, un sì, in genere non ci si sofferma sul valore che dovrebbe avere il gioco di gruppo. (O l’azione che si sta facendo in questo caso.)

È un po’ come quando un venditore di auto cerca di vendere una macchina, elencandone tutte le specifiche tecniche.

Se tu sei la persona che sta comprando l’auto e non fumi, non ti interesserà sapere alcune caratteristiche fatte per fumatori.

Così come magari non ti interesserà sapere le performance, l’assetto che ha, se magari l’assetto non sai neanche cos’è.

Invece, un buon venditore prima cerca di capire quali sono gli interessi che spingono la persona a comprare un auto, e poi gli propone l’auto che meglio risponde a quelle caratteristiche, parlando dei benefici che queste hanno per lui, senza elencare tutte le caratteristiche come un robot.

Allo stesso modo spesso cerchiamo di convincere i ragazzi a fare alcune cose in due modi:

1) Usando i nostri valori come motivi

2) Usando dei valori che pensiamo siano interessanti per loro, ma che in realtà non lo sono (come ad esempio il divertimento, che non è nemmeno un valore ma una conseguenza)

Invece dobbiamo usare i loro valori, perché sono loro che devono fare il ragionamento sulla base di quelli che sono i loro interessi.

 

Come si potrebbe cercare di risolvere il problema in poco tempo?

 

Esiste un metodo, o comunque qualche linea guida da tenere a mente in queste situazioni?

Vediamo di saltarci fuori.

Per prima cosa devi tenere presente che i ragazzi spesso non sanno qual è il problema perché non l’hanno ancora razionalizzato.

Sentono quella cosa alla pancia che gli dice in quel momento loro vogliono essere da un’altra parte.

Ma non lì.

Il problema è che nemmeno lui sa esattamente cos’è, quindi dobbiamo aiutarlo a capirlo.

Fargli razionalizzare il tutto in 2 minuti è un’impresa titanica e 999 volte su 1000 non ci riusciremo, ma possiamo dargli un input.

Immagina per un momento di essere un ragazzino (essendo stati anche tu un/a ragazzino/a dovresti farcela).

Sai, anzi non sai, che davanti a te hai tante strade.

Per strade non intendiamo in senso generico le canoniche strade della vita, cioè chi vuoi diventare da grande.

O meglio, sì, ma quelle vengono dopo, sono un risultato. Noi ci riferiamo al percorso.

Per arrivare a quelle strade lì ci sono tanti bìvi di tanti piccoli sentieri.

È un po’ come la pagina a quadretti dei quaderni di matematica e geometria.

Ogni intersezione di linee è un bivio.

E ogni volta che decidiamo di adottare un comportamento piuttosto che un altro stiamo scegliendo una direzione da prendere in una di queste diramazioni. Ok, ora penserai che tu ci hai messo 5 minuti per leggere questa roba.  

Come potresti farlo capire a un ragazzino in 2 minuti?

  Dobbiamo usare delle leve che siano in grado di spingere il ragazzo a muoversi nella direzione in cui vogliamo noi. Attenzione, non vuol dire che questo stratagemma vada usato in modo che se tu vuoi che tuo figlio diventi un dottore, cerchi di convincerlo a fare cose che lo facciano diventare un dottore. Sarà lui a scegliere quello che vorrà diventare. Anzi lo scopo di questa mentalità è proprio di fare in modo che diventi autonomo. Ci sono tanti strumenti che nella vita gli servono, a prescindere da chi vorrà diventare da grande. Quello che dobbiamo fare è spingerlo a fare suoi quegli strumenti. Parliamo della gestione delle sue emozioni e la comprensione di quelle degli altri, della capacità di impegnarsi a fondo per un risultato futuro, magari anche lontano. Parliamo della capacità di creare relazioni forti, piacevoli, utili per lui e per gli altri, e di essere utili al gruppo. Tutte queste abilità, a prescindere da cosa vorrà fare da grande, gli serviranno. Al contrario, la mancanza di alcune di queste capacità potrà compromettere i risultati personali, lavorativi e non, che riuscirà a ottenere in futuro. Detto ciò:  

La prima cosa da fare è capire cosa vuole fare da grande.

  Tutti i ragazzi ne hanno un’idea, anche se spesso non ci pensano (spesso non pensano più in là di quello che succede domani). Se ad esempio sei il genitore, immagino che tu sappia cosa vuole fare tuo figlio da grande. Se la risposta è bere e spaccare macchine con la mazza da baseball…qualcosa non va. Ma generalmente gli ideali sono abbastanza buoni. Allora, cosa gli serve per realizzare il suo ideale? Qualunque sia la risposta gli serviranno tutte le abilità riportate sopra, e anzi ti sfidiamo a scrivere nei commenti un lavoro in cui quella roba non serve. Bene, ora che sai dove vuole andare, devi fare degli esempi concreti, chiari e reali di come quelle abilità lo porteranno nella direzione che vuole lui. In questo modo riesci a fargli vedere in modo diverso qualcosa che prima per lui era assolutamente inutile. Allora sarà più propenso a fare quello che gli stai chiedendo (fare gruppo o fare alcuni compiti o altre azioni). Questa spinta, soprattutto nel tempo è molto più forte del “lo faccio perché mi hanno detto di farlo” o “lo faccio perché se no me le suonano”, anche se la seconda ormai è diventata vintage e non si usa più.  

Facciamo un esempio:

  Tuo figlio vuole fare il calciatore. L’allenamento per diventare un professionista è duro e intenso, e solo dopo tanto tempo diventi un professionista bravo. Ma l’allenamento da solo non basta. Devi essere in grado di conoscere e farti amiche le persone giuste, perché se sei il più bravo del mondo ma nessuno lo sa, non ti chiameranno per giocare in nazionale. E come fai se te ne stai per i fatti tuoi? Potresti pensare “beh quando trovo le persone giuste ci farò amicizia, ma loro, i miei compagni di vacanza/centro estivo non mi possono aiutare a diventare un calciatore” E io ti dico: “intanto non lo puoi sapere a prescindere perché non sai chi diventeranno un domani i tuoi compagni di oggi. E poi quando conoscerai le persone giuste vorrai già essere un professionista, giusto? Così vedono che sei bravo e ti prendono in squadra. E allora ti dico anche che quando conoscerai le persone giuste vorrai essere bravo anche nel creare relazioni, perché questo, anche se non ti aiuterà a fare goal, ti aiuterà tantissimo a farti entrare in squadra.  

Ma come fai a essere bravo nelle relazioni se te ne stai sempre per i fatti tuoi?

  Impara a piacere agli altri. Non a tutti, non si può piacere a tutti. Ma puoi impegnarti per essere piacevole, di compagnia e utile al gruppo. Così, quando conoscerai qualche giocatore o il presidente della nazionale, se oltre a essere molto bravo gli piaci personalmente, avrai più possibilità di entrare in squadra. Se gli stai antipatico, invece, un po’ meno…” Vista così la capacità da fare gruppo e amicizia con altre persone ha un altro impatto rispetto al: “Dai che è divertente” quando magari per lui non lo è perché ha altri interessi. “Fallo perché sì/perché se no ti metto in punizione/lo dico ai tuoi” alimentando così il risentimento nel ragazzo, che probabilmente farà quanto richiesto ma malamente, senza capirne il vero valore e l’utilità.  

Un’ultimo suggerimento

  Aggiungiamo infine che, come documentato dagli psicoterapeuti Allan e Barbara Pease, tra i massimo esperti nel mondo di comunicazione e linguaggio del corpo, in linea generale i maschi tendono a fare cose perché servono, mentre le femmine le fanno perché creano relazioni. Questo è un tipo di comportamento che maschi e femmine hanno mantenuto nel corso dei millenni, perciò se non hai la più pallida idea di quale spinta utilizzare, puoi provare con l’utilità per i maschi, e la relazione per le femmine. Naturalmente, pur facendo parte dei nostri istinti più profondi, questa strategia non è garantita al limone. Infatti non dipende dall’essere maschio o femmina ma dalla quantità di geni maschili e femminili. Di solito i maschi hanno più geni maschili, e le femmine hanno più geni femminili, ma non sempre è così. Inoltre in alcune circostanze un uomo potrebbe essere più interessato alla creazione di una relazione fine a sé stessa, così come una donna potrebbe essere interessata più ad un obiettivo che nulla ha a che fare con le relazioni. In sostanza, nel caso singolo, sia per il tipo di personalità, sia per necessità, potrebbe anche funzionare l’opposto.

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